Siamo i comunisti

Se la domenica mattina ti suonano alla porta, chiedi chi è e ti rispondono
“Siamo i comunisti”
cosa devi pensare?

Io ho pensato che Lotta comunista è tremendamente anacronistico, che il ragazzo che mi ha suonato sembrava un prete di paese, che nel 2012 forse un modo per vendere il giornale e autosostentarsi che non ricalchi quello dei venditori di aspirapolveri degli anni Cinquanta forse lo si potrebbe anche trovare, sforzandosi un po’.

E tutto questo da persona di sinistra convinta, chissà cosa passerà per la testa degli altri!

Caro militante, se proprio non hai ancora scoperto altri metodi per diffondere il verbo della sacra Lotta comunista, e anche dal sito si evince che di mezzi innovativi non se ne parla proprio, per lo meno non presentarti con quella faccia beota dicendo “Siamo i comunisti”, che mi vien voglia di sputarti in faccia tutti i luoghi comuni che mi vengono in mente, lanciarti un prete come un osso al cane, nascondere i bambini. Esci dagli schemi! E possibilmente anche dalla naftalina.

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Il buio addosso

Sono inciampata di nuovo.
Ogni volta che decido di leggere un autore quasi mio coetaneo, in questo caso Marco Missiroli è più giovane di me di tre anni, rimango delusa. Forse ho sbagliato libro e dovevo partire da Senza coda, chissà.
Il buio addosso mi ha lasciato un’incomprensione cosmica in bocca.
Cosa voleva dirci? Sempre che volesse dirci qualcosa l’autore scrivendo questa sorta di favola scontata. Può essere che voleva riaffermare che i diversi vanno rispettati e accettati, che non bisogna aver paura delle differenze?
Non voglio credere di aver letto una storia così ritrita, sicuramente mi sfugge qualcosa. Ma cosa?
I personaggi sono piatti, tagliati con l’accetta, non cambiano di una virgola dall’inizio alla fine; la storia è estremamente prevedibile, l’ambientazione anche, il periodo e il luogo non sono ben definiti, per lasciare aperta la porta all’universalità suppongo, con il risultato però di una nebbiolina che tutto pervade. Insomma non rimane proprio niente a cui attaccarsi.

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Rispettate i non credenti

In questi giorni l’aria sembra elettrica. Fa tanto freddo, finalmente dicono in molti, anche se io non riesco a non pensare ai miei amici che vivono per strada e questo gelo lo patiscono ogni minuto.

Comunque a Milano ci si scalda, in questi giorni. Si litiga per l’entrata in vigore dell’Area C, per le liberalizzazioni delle licenze dei taxi e si litiga anche per uno spettacolo teatrale che ancora non ha debuttato.

Già, perché Sul concetto di volto del figlio di Dio, di Romeo Castellucci, sarà in cartellone al Franco Parenti dal 24 gennaio, eppure i cattolici hanno già alzato le barricate.
Senza vedere lo spettacolo, solo perché è trapelata la notizia che ci sarà della cacca in scena e un enorme volto di Cristo, quello dipinto da Antonello da Messina per la precisione, hanno già condannato come blasfemo. Perché è ovvio che questi due elementi diventano un gesto, quello di imbrattare il dipinto, che in realtà in scena non si compie, come potete leggere da questa recensione.

Il Teatro Franco Parenti sta ricevendo minacce. Il suo direttore si appella alla curia in una lettera aperta affinché dia un segnale che faccia abbassare i toni, e invece la curia condanna. Dice di “rispettare i credenti“.

E i NON credenti? Chi li rispetta? Chi garantisce la loro libertà di espressione in uno Stato che si dichiara laico? Perché ancora ci ostiniamo a giudicare prima di sapere, condannare prima di aver visto, ci barrichiamo dietro preconcetti e pregiudizi?

Perché io che non sono cattolica e non credo in Dio, se un giorno avrò un figlio dovrò fare i conti con l’educazione cattolica che riceverà fin dall’asilo e invece un teatro milanese non è libero di proporre uno spettacolo a chi vuole vederlo, e pagherà per farlo, senza sentirsi minacciato?

Quando nasce l’integralismo?

 

Qui la spiegazione dell’autore del suo spettacolo.

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Cos’è la libertà?

Articoli come questo che titola Clochard morto tra le fiamme per scaldarsi. Aveva case, terreni e 250mila euro, soprattutto nel periodo delle feste, mi fanno salire una rabbia che non credo di poter placare se non condividendola almeno qua.
Mi spiace molto che il giornalista che l’ha scritto non si sia firmato, mi sarebbe piaciuto provare a capire, magari leggendo le altre cose che ha scritto, quale percorso porta una persona a pensare davvero che sia una scelta di libertà non accettare l’eredità della propria madre per continuare a vivere per strada.
Cito “La libertà è l’unica cosa che Giovanni Valentin ha voluto nella vita. Ed è anche l’unica cosa per la quale ha rinunciato ad una vita agiata, sicura, una vita al caldo, senza fatica.”
Vivere per strada non è una scelta di libertà. Non continuiamo a raccontarci questa sciocchezza per avere una scappatoia con noi stessi quando incontriamo qualcuno che non ha casa. È inutile pensare “magari quello ha più soldi di me e lo fa per scelta”. Anche se in qualche caso eccezionale “quello lì” ha effettivamente o potenzialmente più soldi di me, non vive in strada per una scelta ragionata, libera e consapevole. Vive fuori dalla società perché non riesce a viverci dentro, perché qualcosa si è rotto e non è stato in grado di aggiustarlo, e i soldi non aiutano in questo, né le proprietà, né tutto l’oro del mondo.
Le persone possono aiutare, ma non sempre bastano purtroppo.

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Il tempo è un bastardo

il tempo è bastardo

Questo libro è un patchwork prodotto da uno stilista di alta moda.
Inizi a leggere la storia dei primi personaggi come fosse un racconto, poi cambi luogo, protagonisti, a volte epoca, e ti accorgi del punto di congiunzione. Lì, quelle esatte parole ti fanno capire una cosa in più del racconto che hai letto, gettano una nuova luce sul passato e su quello che leggi ora. È un patchwork che si trasforma in un tessuto perfetto, in cui non si distinguono i lembi diversi accostati. Passi da uno all’altro, e poi ti accorgi che sono cuciti insieme con punti tanto delicati da essere invisibili.

Poi ti capita che a metà di una di queste parti del tessuto salti su una mina. Il racconto esplode in futuro dettagliato e velocissimo: un vortice in espansione che ti mostra l’avvenire di quel dato personaggio per poi riportarti al tempo presente. Sembra di stare sulle giostre.

 

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Il lamento del bradipo è un libro corale a una voce sola. Leggendo, ci ritroviamo a mettere insieme un personaggio che in realtà sta andando in pezzi. Ogni frammento di scritto è un frammento di Andrew Whittaker che si stacca, noi lo raccogliamo e lo riponiamo da parte. E via così, fino a capire quale solco di solitudine c’è intorno a quest’uomo che si crede un grande scrittore. La cosa straordinaria di questo libro fatto di lettere, annunci, liste della spesa, è che la solitudine non pesa come un macigno, sorridiamo anche alle spalle del protagonista mentre il suo lamento cresce e cresce, si accumola sempre di più come gli scatoloni che invadono la casa. Soffoca tutto, perfino la percezione di sé; tanto che l’identità stessa di Andrew va in pezzi, e si ritrova a chiedere un consulto a un sé inventato.

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ho perso il contatto.
sto andando sulla luna senza ossigeno,
senza tuta e casco, e
anche senza radio.
non ho neanche un oblò
per guardare casa.

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