“The Queen and I”, and me

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Mamma Rai stasera ha pensato anche a quelli, come me, che non guardano Sanremo, e che, sempre come me, dopo una settimana intensa sono troppo stanchi per trovare uno stimolo culturale da soli. Rai 5 (l’ultima della covata) ha risposto alla sirena delle canzonette con un documentario della regista iraniana Nahid Persson. La trama è molto semplice: Nahid, che vive in Svezia, va a Parigi a conoscere la vedova dello scià, Farah Pahlavi. La storia però è molto più complessa.

Entrambe le donne sono state costrette a scappare dall’Iran dopo la rivoluzione khomeinista: la regina perché il popolo insorto voleva la democrazia; la regista perché, dopo aver lottato insieme ai comunisti, ha visto cambiare la rivoluzione a cui aveva partecipato tanto che le se è rivoltata contro, uccidendole un fratello diciassettenne.

Non so molto della storia dell’Iran. Ho incrociato le vicende degli scià, della rivoluzione e di Khomeini solo tramite qualche film (come Persepolis e Argo), e conosco solo una persona che ha dovuto salvarsi da quel caos. Questo documentario non mi ha colpita perché ha gettato una luce nuova su quel periodo, non credo fosse questo il suo intento.
Mi ha colpita, invece, per l’onestà della regista. Nel momento in cui si trova di fronte alla persona che ha invidiato fortemente quando la vedeva felice in televisione mentre a casa sua non c’era niente da mangiare, e che ha combattuto da ragazza per poi gioire nel vederla scappare dalla sua terra, le sue certezze vacillano ed è costretta a ripensare al concetto di verità e obiettività.

La regina, all’inizio delle riprese, riceve con benevolenza la regista, perché è iraniana, e perché è un’artista riconosciuta in Svezia. Ma per due volte, consigliata dal suo diffidente segretario, è sul punto di far saltare tutto il progetto: non vuole che il film parli male di lei e del marito, e quando scopre che Nahid Parsson è stata comunista e ha fatto parte della rivoluzione, cioè era sua nemica, ha paura che sia troppo di parte.

Succede però che, come dicevo, Nahid è una persona molto onesta, e riesce a far capire alla regina che il suo sguardo non potrà mai essere imparziale, ma non sarà neanche prevenuto. Si domanda continuamente cosa sta facendo con questo film, cosa prova a stare con l’antica nemica, e si sorprende quando si rende conto che ha stabilito un rapporto con lei: sono diventate delle improbabili amiche durante le riprese, accomunate dall’esilio e dalla forte nostalgia della patria.

Nahid non diventa improvvisamente monarchica: non ha mai incontrato lo scià, ma sa bene che sotto il suo regime ci sono state torture e uccisioni, che la moglie attribuisce però al volere di altri.
Ma la regista deve ammettere che ormai fa una distinzione tra lo scià e la moglie.
Perché il nemico, se ci prendiamo la briga di conoscerlo da vicino, poi magari non è neanche quel mostro che pensavamo.

Sul tema, ora vado a rileggermi un libro che si intitola, per l’appunto, Il nemico, di Davide Calì e Serge Bloch. Un illustrato che amano anche i grandi.

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Di fango

Immagine

Le foto di Josef Koudelka, in mostra a Forma proprio come le voleva lui dal 1968, sono vive. Sgranate il giusto per farti sentire il peso degli anni che si portano addosso, e in movimento.

I cikàni (gli zingari) sembrano sorgere dal fango. Si muovono, suonano, dormono, muoiono, nel fango.

Ma la sposa bambina ha ancora le scarpe pulite. Un miracolo. Mentre guardo la foto penso al passo che, subito dopo lo scatto, inevitabilmente si porterà via quel bianco. Un passo prima della perdizione, il passo prima della perdita dell’innocenza.

I funerali dell'anarchico Pinelli

La sala delle cariatidi di Palazzo Reale ospita con grande classe questa coloratissima e dura opera di Enrico Baj. Doveva essere lì già quaranta anni fa, poi l’omicidio Calabresi nel giorno dell’inaugurazione ha fermato tutto.

Ora c’è, ancora per qualche giorno, o forse per sempre, come già si vocifera. Meglio andare comunque subito, per sicurezza, a vederla.

I ragazzi del massacro

Questo libro mi ha fatto male. Non per la crudezza del massacro descritto o l’ansia di scoprire l’assassino, ma perché mi sono sentita tradita dall’autore. D’accordo è un giallo, non è il mio genere, ma qui la trama è molto più stanca, sembra che sia stato scritto per forza. E d’accordo che sono gli anni Sessanta in Italia, ma frasi come “È noto che gli invertiti sono altamente paurosi della violenza fisica, e anche Fiorello lo era” non riesco a mandarla neanche con tutte le attenuanti del caso.

Mi ero affezionata a un autore che mi faceva vedere la Milano in cui sono cresciuti i miei genitori. Ora temo che farò fatica a rileggerlo.

Il ricordo d’infanzia: un libro da fare

Una cosa da fare assolutamente. Ho già scelto il ricordo.

vibrisse, bollettino

Ho voglia di fare un libro. La voglia di fare questo libro mi è venuta leggendo altri libri.

Il titolo del libro da fare è: Il ricordo d’infanzia.

Vorrei raccogliere cento, mille, duemila ricordi d’infanzia. Non necessariamente primi ricordi d’infanzia. Ricordi di quando avevamo non più di otto anni. Ricordi, se possibile, autentici: cioè proprio ricordi personali, non ricordi attivati da racconti e rievocazioni di genitori e parenti. Non necessariamente, peraltro, ricordi “veri” nel senso comune della parola: la memoria dell’infanzia è piena di fantasie, sogni, immaginazioni – che non sapevamo allora, né sapremmo adesso, distinguere da ciò che ora, da adulti, consideriamo “vero”.

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Siamo i comunisti

Se la domenica mattina ti suonano alla porta, chiedi chi è e ti rispondono
“Siamo i comunisti”
cosa devi pensare?

Io ho pensato che Lotta comunista è tremendamente anacronistico, che il ragazzo che mi ha suonato sembrava un prete di paese, che nel 2012 forse un modo per vendere il giornale e autosostentarsi che non ricalchi quello dei venditori di aspirapolveri degli anni Cinquanta forse lo si potrebbe anche trovare, sforzandosi un po’.

E tutto questo da persona di sinistra convinta, chissà cosa passerà per la testa degli altri!

Caro militante, se proprio non hai ancora scoperto altri metodi per diffondere il verbo della sacra Lotta comunista, e anche dal sito si evince che di mezzi innovativi non se ne parla proprio, per lo meno non presentarti con quella faccia beota dicendo “Siamo i comunisti”, che mi vien voglia di sputarti in faccia tutti i luoghi comuni che mi vengono in mente, lanciarti un prete come un osso al cane, nascondere i bambini. Esci dagli schemi! E possibilmente anche dalla naftalina.

Il buio addosso

Sono inciampata di nuovo.
Ogni volta che decido di leggere un autore quasi mio coetaneo, in questo caso Marco Missiroli è più giovane di me di tre anni, rimango delusa. Forse ho sbagliato libro e dovevo partire da Senza coda, chissà.
Il buio addosso mi ha lasciato un’incomprensione cosmica in bocca.
Cosa voleva dirci? Sempre che volesse dirci qualcosa l’autore scrivendo questa sorta di favola scontata. Può essere che voleva riaffermare che i diversi vanno rispettati e accettati, che non bisogna aver paura delle differenze?
Non voglio credere di aver letto una storia così ritrita, sicuramente mi sfugge qualcosa. Ma cosa?
I personaggi sono piatti, tagliati con l’accetta, non cambiano di una virgola dall’inizio alla fine; la storia è estremamente prevedibile, l’ambientazione anche, il periodo e il luogo non sono ben definiti, per lasciare aperta la porta all’universalità suppongo, con il risultato però di una nebbiolina che tutto pervade. Insomma non rimane proprio niente a cui attaccarsi.

Rispettate i non credenti

In questi giorni l’aria sembra elettrica. Fa tanto freddo, finalmente dicono in molti, anche se io non riesco a non pensare ai miei amici che vivono per strada e questo gelo lo patiscono ogni minuto.

Comunque a Milano ci si scalda, in questi giorni. Si litiga per l’entrata in vigore dell’Area C, per le liberalizzazioni delle licenze dei taxi e si litiga anche per uno spettacolo teatrale che ancora non ha debuttato.

Già, perché Sul concetto di volto del figlio di Dio, di Romeo Castellucci, sarà in cartellone al Franco Parenti dal 24 gennaio, eppure i cattolici hanno già alzato le barricate.
Senza vedere lo spettacolo, solo perché è trapelata la notizia che ci sarà della cacca in scena e un enorme volto di Cristo, quello dipinto da Antonello da Messina per la precisione, hanno già condannato come blasfemo. Perché è ovvio che questi due elementi diventano un gesto, quello di imbrattare il dipinto, che in realtà in scena non si compie, come potete leggere da questa recensione.

Il Teatro Franco Parenti sta ricevendo minacce. Il suo direttore si appella alla curia in una lettera aperta affinché dia un segnale che faccia abbassare i toni, e invece la curia condanna. Dice di “rispettare i credenti“.

E i NON credenti? Chi li rispetta? Chi garantisce la loro libertà di espressione in uno Stato che si dichiara laico? Perché ancora ci ostiniamo a giudicare prima di sapere, condannare prima di aver visto, ci barrichiamo dietro preconcetti e pregiudizi?

Perché io che non sono cattolica e non credo in Dio, se un giorno avrò un figlio dovrò fare i conti con l’educazione cattolica che riceverà fin dall’asilo e invece un teatro milanese non è libero di proporre uno spettacolo a chi vuole vederlo, e pagherà per farlo, senza sentirsi minacciato?

Quando nasce l’integralismo?

 

Qui la spiegazione dell’autore del suo spettacolo.

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