Il tour degli ex
Racconto

Questa volta è pronta. Il piano era stato studiato e ristudiato, e c’era anche quello di riserva. Ma era semplice, perché le cose semplici sono quelle che riescono meglio in questi casi.
Finalmente, dopo tre anni di braci sotto la cenere, poteva prendersi la sua vendetta.
Il treno stava per entrare in stazione, lui sarebbe stato in testa al binario, o forse con l’auto fuori sul piazzale, se non trovava parcheggio.
Ma il treno è in anticipo. Per la prima volta negli innumerevoli viaggi che l’hanno portata a Napoli, arriva in anticipo. Ovviamente lui non è al binario, e neanche fuori. Lei aspetta e intanto si riempie gli occhi di quel disordine che l’attrae. Guarda gli uomini che cercano un’occasione di lavoro o il pollo per una truffa, tanto per campare, e le donne che si scambiano i vestiti dei figli, già lisi da altri giochi. Il traffico, il parcheggiatore amico di tutti, la famiglia di Posillipo che torna da EuroDisney carica di souvenir, e il nonno che li viene a prendere con la station wagon e il cappello in testa, un po’ trafelato.
Poi arriva, su un’auto che lei non conosce. Aspettava la sua vecchia Uno scassata targata Bolzano, invece arriva su una Y10 scura, non proprio nuova. Scende e si abbracciano.
Ciao.
Ciao, che bello vederti. Sei arrivata in orario.
Poi lei mette la valigia nel bagagliaio senza farsi aiutare, come al solito. Si siede al posto del passeggero e il tempo collassa, i tre anni passati a ottocentoquaranta chilometri di distanza diventano una settimana al massimo. Ma l’importante è non perdere la testa. Il piano, ricordarsi del piano, niente sentimentalismi.
Non mi avevi detto dell’auto nuova.
Ma figurati, certo che te l’ho detto.
No.
Ora l’avrebbe portata a casa, avrebbe visto il famoso gatto che non conosce, e probabilmente le foto del matrimonio della sorella, a cui era stata invitata, sul tavolino del salotto vicino a quelle della nipotina. Avrebbe trovato le prove inconfutabili del tempo che era passato, insieme agli indizi di una familiarità per nulla distante.
Eccoci. Mamma non c’è, ma attenta al gatto, se esce sale fino all’ultimo piano come un fulmine.
Tutto come si aspettava, il gatto è grosso e rosso, le foto dove le aveva immaginate, un mobile nuovo per il computer. Il resto, tutto dov’era tre anni prima, quando è uscita dalla porta bianca per andare alla stazione, in lacrime, ma ancora convinta che tutto sarebbe andato bene.
Se hai bisogno di andare in bagno…
Sì.
Le pantofole per lei non ci sono più, così come il suo spazzolino da denti. Solo due ora nel bicchiere con il tubetto di dentifricio spremuto dalla metà. Non poteva credere veramente di trovarlo ancora lì. Niente sentimentalismi. Due giorni per attuare il piano, poi il treno e una nuova tappa, seicento chilometri più a nord.
Va bene, allora ci vediamo dopo, ciao. Ho chiamato Matteo, ci mangiamo una pizza con lui e Lucia stasera, così li saluti, ci vengono a prendere tra mezz’ora.
Bene.
Le fa vedere le foto della nipotina, e quelle della ragazza con cui esce. Lei guarda, immagina situazioni, storce il naso. Poi parlano un po’ del lavoro di lui, quello di lei, come vanno le cose a casa, cosa ha fatto e chi ha conosciuto a Roma. Intanto si preparano per uscire.

Al ritorno è ora. Si prepara a mettere in atto il piano. Parlano fitto, come facevano al telefono tempo prima. Di tutto. Lei non riesce a smettere, le sfuggono le parole senza volere: racconta come sta davvero.
Mi sento senza scheletro.
E lui non capisce. Lei si rende conto che sono su due zolle diverse, non c’è più quel ponte che percorrevano di notte in bilico sul filo del telefono con un sorriso e un bacio.
Il piano non serve più, la vendetta è diventata inutile. Tutto si è sfilacciato e ha perso colore. I tre anni ripiombano tra loro con altrettanti tonfi sordi.
Certo, è chiaro, ma devi tirarti un po’ su. Se fai così non migliorerà mai niente. Dipende solo da te.
Il resto del tempo lei lo passa a chiedersi che cosa è cambiato. Lui non si è accorto di nulla, non ha percepito il crollo, crede ancora di essere in contatto. Invece è la deriva.
Arriva anche il momento di riprendere il treno. Un po’ le spiace per quel piano perfetto, e quello di riserva, sprecati. Si abbracciano e parte, una incrinatura in più dove prima c’era rabbia.

Il viaggio per Bologna è lento, il treno pieno di uomini d’affari veneti con un forte accento, cravatte accecanti o maglioni attillati. Il ritardo si accumula come granellini di sabbia.
Alla fine, ecco la stazione di passaggio, con la sua ferita come una bandiera. Va nell’atrio tra le due pareti di bigliettai e aspetta. Lui arriva ma è troppo tardi per l’autobus. Si abbracciano impacciati e camminano, la valigia segue con le ruote un po’ troppo rumorose sui sampietrini.
Con lui lo spazio è vuoto, non c’è aria che possa portare le parole da una bocca a un orecchio. Solo la carne riesce a dirsi qualcosa.
Vuoi andare a casa o a cena?
Come vuoi.
Meglio a cena allora, siamo di strada.
Le mani si cercano sul tavolo dell’osteria, con la bottiglia di rosso quasi finita. Arriva il turno degli occhi, delle labbra. Le dita si tengono, la valigia ricomincia a far rumore verso casa.
La notte si fa piccola nel letto a una piazza, da studente. I corpi dialogano a lungo, ma il mattino ruba gli strumenti.
Sono stato molto bene.
Anche io. Ora devo andare, perdo il treno.
Una doccia, niente caffè, e di nuovo valigia e stazione. Questa volta verso casa.
Ci sentiamo presto. Magari passo, a Natale.

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