Incomunicabile

locandina gorbaciof
Ieri sera ho visto Gorbaciof.
Sono uscita dal cinema quasi deserto del giovedì sera con il mal di stomaco che mi provoca sempre l’incomunicabilità.
Gorbaciof vive poca vita, e non riesce a dirla. Vuoi perché l’abito gli sta stretto e gli toglie il fiato, vuoi perché è schiacciato dentro un ingranaggio vizioso mangia soldi, vuoi perché l’unica via d’uscita che incontra parla una lingua lontana, sconosciuta.

Questa mattina, invece, sulla 94 un ragazzo cingalese, credo, parlava da solo. Anzi, parlava con tutti noi sull’autobus con lui, tutti noi italiani che lo respingiamo.
A intervalli regolari, con una voce pacata e ferma diceva:
“Voi italiani mi tenete a distanza, ma io lavoro.
Non mi volete, non mi vedete, ma io sono qui.
Non ho neanche un amico, in tutti questi anni che sono qui in Italia. Neanche un amico.
E poi guardate cosa dice la vostra televisione, le frasi che sparano.
Sono le ultime cartucce che potete sparare, vedrete.
I mafiosi vengono arrestati e ridono davanti alle telecamere. Sanno che tanto sono dei divi.
Io non ho fatto niente di male, lavoro, e non mi volete.
Non vi vergognate neanche un po’?”.

Io sì, mi vergogno. E mi sono vergognata talmente tanto che non ho avuto la forza, nonostante l’abbia ascoltato con attenzione, di andare a stringergli la mano e di presentarmi, di dirgli che non siamo tutti così, noi italiani.

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