Cos’è la libertà?

Articoli come questo che titola Clochard morto tra le fiamme per scaldarsi. Aveva case, terreni e 250mila euro, soprattutto nel periodo delle feste, mi fanno salire una rabbia che non credo di poter placare se non condividendola almeno qua.
Mi spiace molto che il giornalista che l’ha scritto non si sia firmato, mi sarebbe piaciuto provare a capire, magari leggendo le altre cose che ha scritto, quale percorso porta una persona a pensare davvero che sia una scelta di libertà non accettare l’eredità della propria madre per continuare a vivere per strada.
Cito “La libertà è l’unica cosa che Giovanni Valentin ha voluto nella vita. Ed è anche l’unica cosa per la quale ha rinunciato ad una vita agiata, sicura, una vita al caldo, senza fatica.”
Vivere per strada non è una scelta di libertà. Non continuiamo a raccontarci questa sciocchezza per avere una scappatoia con noi stessi quando incontriamo qualcuno che non ha casa. È inutile pensare “magari quello ha più soldi di me e lo fa per scelta”. Anche se in qualche caso eccezionale “quello lì” ha effettivamente o potenzialmente più soldi di me, non vive in strada per una scelta ragionata, libera e consapevole. Vive fuori dalla società perché non riesce a viverci dentro, perché qualcosa si è rotto e non è stato in grado di aggiustarlo, e i soldi non aiutano in questo, né le proprietà, né tutto l’oro del mondo.
Le persone possono aiutare, ma non sempre bastano purtroppo.

Il tempo è un bastardo

il tempo è bastardo

Questo libro è un patchwork prodotto da uno stilista di alta moda.
Inizi a leggere la storia dei primi personaggi come fosse un racconto, poi cambi luogo, protagonisti, a volte epoca, e ti accorgi del punto di congiunzione. Lì, quelle esatte parole ti fanno capire una cosa in più del racconto che hai letto, gettano una nuova luce sul passato e su quello che leggi ora. È un patchwork che si trasforma in un tessuto perfetto, in cui non si distinguono i lembi diversi accostati. Passi da uno all’altro, e poi ti accorgi che sono cuciti insieme con punti tanto delicati da essere invisibili.

Poi ti capita che a metà di una di queste parti del tessuto salti su una mina. Il racconto esplode in futuro dettagliato e velocissimo: un vortice in espansione che ti mostra l’avvenire di quel dato personaggio per poi riportarti al tempo presente. Sembra di stare sulle giostre.

 

Il lamento del bradipo è un libro corale a una voce sola. Leggendo, ci ritroviamo a mettere insieme un personaggio che in realtà sta andando in pezzi. Ogni frammento di scritto è un frammento di Andrew Whittaker che si stacca, noi lo raccogliamo e lo riponiamo da parte. E via così, fino a capire quale solco di solitudine c’è intorno a quest’uomo che si crede un grande scrittore. La cosa straordinaria di questo libro fatto di lettere, annunci, liste della spesa, è che la solitudine non pesa come un macigno, sorridiamo anche alle spalle del protagonista mentre il suo lamento cresce e cresce, si accumola sempre di più come gli scatoloni che invadono la casa. Soffoca tutto, perfino la percezione di sé; tanto che l’identità stessa di Andrew va in pezzi, e si ritrova a chiedere un consulto a un sé inventato.

La fine del mondo e il paese delle meraviglie

Purtroppo questo libro mi ha un po’ deluso. Ho letto di fila Kafka sulla spiaggia e Norwegian Wood, diversissimi tra loro ma entrambi bellissimi, e mi aspettavo di trovare un libro altrettanto diverso, ma anche all’altezza dell’idea di Murakami che mi stavo facendo. Invece qui manca qualcosa. Non riesco bene a definire cosa, ma è come se l’autore si fosse affannato a non farci capire bene dove voleva arrivare, ha costruito una storia doppia per dirci una metafora che a mio avviso rimane incompleta.
Peccato.

Spagna del Nord e Barcellona – The Rough Guide

Leggendo e usando la guida, a ogni città e paesino mi chiedevo, ma chi è che se la compra per andare negli hotel a 5 stelle? Ma scrivimi anche qualche campeggio in più!
Nonostante non fosse troppo datata, qualche dato è vecchio, ma questo capita sempre purtroppo.
Ho trovato due mancanze che si sono fatte sentire: non ci sono itinerari consigliati, che sarebbero utilissimi, ma bisogna costruirseli da soli guardando le scarse cartine.
E soprattutto non ci sono segnalate le curiosità e le chicche che non si trovano già bell’e pronte se vado all’avventura senza guida. Ad esempio, che a Bilbao non posso perdermi il Guggenheim ci arrivo anche da sola, ma che c’è il ponte colgante più antico del mondo non me lo dice, e neanche che tra quel paesino e quell’altro, se faccio la strada di campagna, vedo quel magnifico monastero dimenticato dai turisti. Ecco, appunto. È solo una guida per turisti.

Bastava guardare quegli occhi per capire che non gli restava molto da vivere. Ma anche ne resto del corpo non c’era quasi più energia viale. In quel letto c’erano solo le spoglie, fragili e consunte, di una vita umana. Come una vecchia casa da cui erano stati portati via tutti i mobili e staccati perfino gli infissi, che aspettasse solo di essere abbattuta. Attorno alle labbra secche crescevano come erbacce pochi radi peli. Mi sembrò quasi strano che la barba continuasse a crescere in un corpo svuotato di ogni energia vitale.

Norwegian Wood – Murakami

Home

L’insonnia estiva l’altra sera mi ha regalato una perla. Accesa la televisione per cercare di prendere sonno, di solito funziona benissimo, mi sono imbattuta in un film che mi ha incollato al divano, ma con gli occhi bene aperti. Il titolo è Home, la regia è di Ursula Meier.
La storia è semplice: una famiglia vive in una casa che confina con un’autostrada deserta, mai inaugurata. La striscia d’asfalto è diventata parte della casa, ci si gioca a hockey tutti insieme, ci si mette il divano la sera per guardare la tv, la figlia grande sta perennemente distesa lì accanto a prendere il sole. L’autostrada è più casa della casa vera che sta dietro ai muri. Tutto succede lì fuori, nell’asfalto sconfinato. Finché un giorno la “civiltà” arriva. La strana famiglia è costretta a confrontarsi e cade a pezzi.

Quanta paura fa l’incontro? Certo, se la società è rumorosa come le auto che sfrecciano sull’autostrada meglio chiudersi in casa, in se stessi, dietro una mascherina e dei pregiudizi. Ma così si muore e basta.

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